Tajani alla Spagna: ‘Hanno Fallito sui Migranti, Ceuta non è Marginale’. Il Vicepremier Propone un Nuovo Approccio Europeo

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By webdeveloper

Una scintilla accende una miccia già corta: lo scontro tra Roma e Madrid sui flussi migratori riporta al centro mappe, confini e responsabilità. Antonio Tajani alza il tono: “Ceuta non è marginale”, la Spagna “ha fallito sui migranti”. E rilancia un’idea che agita le capitali Ue: portare il modello Albania a livello europeo.

Il botta e risposta è netto. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani risponde al collega spagnolo e mette un punto sul tavolo: la gestione iberica dei migranti non può considerare Ceuta un dettaglio periferico. Quel lembo di Spagna in Africa è un varco sensibile. Lo è stato nel 2021, quando oltre 8.000 persone entrarono in città in meno di due giorni. Lo è oggi, in un Mediterraneo che cambia rotta con rapidità.

Nel mirino finisce anche la parola più delicata di tutte: Schengen. L’idea di una sospensione “nei confronti di Madrid” è circolata come ipotesi politica, non come atto formale. Al momento non risultano procedure ufficiali Ue in tal senso. Resta però il messaggio: Roma chiede a Madrid più controllo e più cooperazione sul fronte delle porte di accesso all’Europa.

Intanto, i numeri spostano l’asse del discorso. Nel 2023 gli attraversamenti irregolari alle frontiere esterne dell’Ue hanno superato le 380.000 unità, il picco più alto dal 2016. La rotta atlantica verso le Canarie è tornata a crescere. La rotta centrale verso l’Italia resta la più battuta. Nessun Paese può permettersi zone grigie. Ceuta e Melilla non sono “casi locali”: sono snodi di un sistema.

Ceuta non è un margine geografico

Ceuta non è una parentesi sulla carta. È un punto d’incontro tra Europa e Nord Africa. Un luogo dove le statistiche si fanno persone, e le politiche si misurano sul terreno. Chi vive di frontiera lo sa: un cancello allentato o una pattuglia in più cambiano una notte, non un anno. Servono coordinamento, investimenti, tempi certi nelle procedure. E soprattutto fiducia reciproca. Perché, quando si parla di migrazioni, il confine più fragile non è quello tra due Stati: è quello tra emergenza e governo dei fenomeni.

Oggi i ministri dell’Interno Ue si vedono per un vertice già caldo in agenda. Qui emerge il cuore della proposta italiana. Il governo Meloni vuole trasformare il modello Albania in un approccio europeo. In concreto: accordi con Paesi terzi, centri dedicati fuori dal territorio Ue, procedure accelerate per richiedenti asilo soccorsi in mare da navi battenti bandiera nazionale, con esclusione dei vulnerabili. L’esperimento italo-albanese ha una capienza limitata e tempi prefissati. L’obiettivo, dice Roma, è alleggerire i nodi interni senza derogare al diritto d’asilo.

Dal modello nazionale alla cornice comune

L’idea divide. C’è chi la vede come un freno agli sbarchi e chi teme una esternalizzazione opaca. La Commissione ripete da mesi le sue parole-chiave: conformità al diritto Ue e internazionale, garanzie effettive, controlli giurisdizionali. Tradotto: se diventa schema comune, dovrà reggere ai test di legalità e di umanità. Madrid, Parigi, Berlino osservano. Alcune capitali apprezzano il pragmatismo. Altre temono di creare precedenti difficili da guidare.

Sul piano operativo mancano ancora tasselli concreti: standard unici per i centri, ripartizione dei costi, ruolo delle agenzie europee, meccanismi di ricollocamento o contributi alternativi. Senza questi punti, ogni proposta resta uno slogan.

E allora, Ceuta torna protagonista non come spigolo remoto, ma come cartolina ingombrante. Dice che l’Europa finisce dove smette di guardare. E che un “approccio europeo” esiste solo se chi sta al confine non resta solo, e chi è in viaggio non scompare tra sigle e silenzi. La vera domanda è semplice e scomoda: vogliamo un continente di recinti intelligenti o un sistema che governa la mobilità con serietà, trasparenza e coraggio?