Madrid trattiene il fiato mentre gli agenti dell’unità speciale bussano a Ferraz: sono solo eco di propaganda o l’ombra di un disegno vero per colpire il Psoe e il governo Sanchez? Nel mezzo, un Paese che guarda i corridoi del potere come fossero specchi deformanti.
Nuove perquisizioni. Richieste di documenti. Di nuovo i socialisti di Pedro Sanchez nel mirino della magistratura. L’ultimo passaggio è avvenuto nella sede del Psoe in calle de Ferraz, a Madrid. Il Tribunale nazionale ha reso noto che il giudice istruttore Santiago Pedraz ha incaricato l’Uco (Unità Operativa Centrale della Guardia Civil) di acquisire atti utili a un fascicolo che punta a stabilire se esista un presunto complotto per condizionare procedimenti sensibili e la vita politica del Paese. Le carte, al momento, sono coperte da riserbo. I dettagli operativi non sono pubblici.
Da mesi il clima è teso. Sanchez ha parlato di “macchina del fango”. I social ribollono. I talk si dividono in curve. Ma la domanda è semplice: chi avrebbe interesse a destabilizzare i processi che toccano il Psoe e il governo? E con quali strumenti?
Come si muove l’inchiesta
Il percorso è tecnico, almeno sulla carta. L’Audiencia Nacional lavora su tre fronti: possibile disinformazione organizzata, eventuali reti para-istituzionali capaci di veicolare dossier manipolati e, se emergessero, contatti con nodi della vecchia polizia patriottica. L’Uco setaccia email, contratti, rubriche telefoniche, flussi tra fondazioni e testate digitali. Si cercano incastri: tempi di pubblicazione, coordinate di pagamenti, sovrapposizioni di nomi. Al momento non ci sono accuse formali contro la direzione del partito. E non c’è una mappa definitiva dei soggetti coinvolti: gli inquirenti stessi segnalano “ambiti d’ombra”.
Un funzionario sintetizza così (testimonianza filtrata da atti citati in modo generico): serve capire se il rumore è spontaneo o pilotato. In altre parole: c’è un’operazione con obiettivi politici misurabili o solo guerriglia di propaganda?
Precedenti che pesano
La Spagna conosce bene il tema. L’“Operación Kitchen” (2013–2015) ha documentato un uso distorto di apparati per intercettare e depistare, con processi ancora in corso e verdetti già entrati in sentenza per capitoli collegati. Il “caso Villarejo” ha mostrato la forza corrosiva delle “cloacas del Estado”: registrazioni, dossier, campagne mirate. E la cosiddetta “Operación Cataluña” ha svelato, in commissioni parlamentari e carte giudiziarie, dinamiche di fabbricazione di prove contro avversari politici. Questi precedenti non inchiodano nessuno oggi, ma alzano l’asticella dell’allerta.
Sul fronte più recente, le denunce contro Begoña Gómez hanno fatto scattare un’indagine preliminare. Qui i dati sono chiari: non esistono sentenze né prove pubbliche definitive; alcune carte citate in tv e sui siti sono state contestate per veridicità e provenienza. È uno dei tasselli che spinge i giudici a chiedere: c’è una macchina della disinformazione che seleziona bersagli e tempi?
Dietro il frastuono si intravede un mosaico: vecchi apparati in cerca di rivincita, sigle giudiziarie abituate a presentare esposti seriali, un ecosistema mediatico-partigiano che vive di picchi virali. Non serve una regia da romanzo per fare danni: bastano nodi deboli, interessi allineati, poche risorse ma tanta costanza.
Intanto, a Ferraz, i telefoni vibrano e la porta girevole non si ferma. La politica prova a dettare il ritmo, la giustizia a seguirne le tracce, l’opinione pubblica a non farsi trascinare. Se alla fine emergerà un complotto o solo una nuvola di polvere, lo diranno le prove. Ma una cosa è già in gioco: la nostra soglia di fiducia. La si difende con documenti alla luce, responsabilità nelle parole e una domanda semplice, spiazzante, da ripetersi ogni volta che scorre una notifica: chi guadagna se io ci credo?