Un taglio che pensavamo sepolto negli anni Ottanta è tornato a farsi vedere sotto i lampioni delle città: il mullet oggi non è nostalgia, ma una scelta di libertà. Lo vedi spuntare in metro, tra uffici e concerti, con la stessa naturalezza di una felpa. Perché proprio adesso? Perché racconta chi siamo quando smettiamo di inseguire la perfezione.

Prendo il tram. Davanti a me, una manager con blazer blu e un taglio a triglia morbido sulla nuca. Tre posti più in là, uno studente con frangia corta e retro lungo. Nessuno ride. Anzi, qualcuno chiede dove l’abbiano fatto. È lì che capisci che non è più ironia: è stile quotidiano.
Dal piccolo schermo alle strade
La scintilla è arrivata dallo schermo. Le serie TV e le docuserie hanno sdoganato un’estetica ruvida, senza filtri. Dopo l’onda d’urto di Tiger King (2020), che ha trasformato il kitsch in conversazione culturale, le ricerche per “mullet” sono schizzate su Google Trends. Su TikTok, l’hashtag ha accumulato miliardi di visualizzazioni: tutorial, trasformazioni, tagli sbagliati diventati “giusti”. Da lì la strada è stata breve.
Le popstar hanno fatto il resto. Miley Cyrus ha riportato in scena lo shag‑mullet nel 2020. Zendaya lo aveva già osato ai Grammy 2016. Anche il calcio e il pop asiatico lo hanno normalizzato, mescolando fluidità di genere e attitudine pop. Nel 2026 il trend non fa più scalpore: è maturato. Lo incontri a Milano e a Parigi, ma pure nella barberia di quartiere.
Cosa lo rende così desiderabile adesso? L’autenticità. Il mullet punge l’ideale lucido dei social e dice: non devo piacere a tutti. È un taglio che lascia margine di gioco. Puoi tenerlo business in the front, party in the back. Serio davanti, libertà dietro. È la sintesi di una vita ibrida, tra call su Teams e serate fuori, tra identità che cambiano a seconda del contesto.
Come si porta oggi (senza stress)
Dimentica l’effetto trascurato. I parrucchieri moderni lavorano con scalature leggere, volume in alto, nuca morbida. Tagliano al millimetro per incorniciare lo sguardo e lasciare movimento dietro. Funziona su molti visi perché allunga senza appesantire. Richiede poca piega: asciugatura naturale, crema testurizzante, mano nei capelli e via. È manutenzione intelligente, non ossessione.
Nella pratica? In salone si parte da una base adattata al tuo tipo di capello. Riccio stretto? Retro pieno e frangia ariosa. Liscio fine? Strati corti sopra per dare corpo. Tempo medio: 35–50 minuti. Non ci sono numeri ufficiali sulle richieste, ma molti saloni riportano un aumento costante dal 2021. Lo conferma anche la quantità di “tagli mullet” sui listini online di catene nazionali.
Non è solo estetica. È comportamento. Il mullet concede margine all’errore, al “vissuto” quotidiano. Piace perché accetta il movimento naturale, non lo costringe. E fa pace con le contraddizioni: è rock ma elegante, vintage ma attuale, ironico ma serio quando serve.
C’è anche un effetto memoria. Dentro ci leggi Bowie, il motocross, i poster sgualciti. Ma la versione 2026 è più inclusiva. Più pulita. Meno maschile per forza, più condivisa. Se vuoi capire l’origine pop del grande ritorno, basta rivedere un episodio di Tiger King: ecco il link alla voce enciclopedica, per contesto e date aggiornate (it.wikipedia.org/wiki/Tiger_King).
Forse è questo il punto. In un mondo che ci chiede di essere lineari, il taglio a triglia rivendica l’angolo storto. Ti ci rivedi? O preferisci restare senza retro lungo, lasciando che a parlare sia l’idea di potercelo permettere domani?