La notizia corre tra cascine e città: se n’è andato Carlo Petrini, l’uomo che ha insegnato a molti di noi a rallentare, ad ascoltare la terra, a capire perché il gusto è una faccenda di giustizia. Intorno al suo nome oggi si riuniscono ricordi, voci, volti: contadini, cuoche, studenti, vescovi, sindaci. Tutti con lo stesso debito di gratitudine.
Le istituzioni, il mondo della cultura e i rappresentanti dell’agricoltura hanno salutato la scomparsa di Carlo Petrini. Non ci sono ancora dettagli completi e verificabili su tempi e circostanze, ma il cordoglio è trasversale. È il segno di un’eredità concreta: un’idea di cibo come bene comune, non come merce qualsiasi.
Petrini non ha solo fondato Slow Food nel 1986 a Bra. Ha dato forma a un lessico nuovo. “Buono, pulito e giusto” è entrato nel parlare quotidiano di chi sceglie cosa mettere nel piatto e perché. Dal 1996 il Salone del Gusto a Torino ha trasformato una fiera in una scuola a cielo aperto. Nel 2004 è nata Terra Madre, la rete mondiale di comunità del cibo. Oggi il movimento è presente in oltre 160 Paesi: un dato semplice, che spiega più di mille discorsi.
Un passaggio decisivo è stato l’attenzione alla biodiversità. Con l’Arca del Gusto e i Presìdi ha salvato prodotti, saperi, razze animali e varietà vegetali che rischiavano l’oblio. Non sono cataloghi per intenditori, ma storie di dignità: un vignaiolo che custodisce un vitigno quasi scomparso; una pastora che resiste con il suo latte crudo; una fornaia che rianima grani antichi e impasti lenti. Dietro ogni salvaguardia c’è un’economia locale che respira.
Nel 2004, a Pollenzo, è nata l’Università di Scienze Gastronomiche. Lì, per la prima volta, la gastronomia è diventata studio serio, con agronomi, antropologi, cuochi e attivisti seduti allo stesso tavolo. Nel 2016 la FAO ha nominato Petrini Ambasciatore Speciale Zero Hunger per l’Europa: un riconoscimento istituzionale a una battaglia che teneva insieme pane e diritti.
Tra i messaggi più intensi di queste ore c’è quello di Padre Antonio Spadaro, oggi sottosegretario al Dicastero vaticano per la Cultura. Spadaro ha ricordato la sintonia profonda tra Petrini e Papa Francesco: un’alleanza morale, più che mediatica. Non è un dettaglio. Nel 2020 i due hanno intrecciato un dialogo pubblico nell’esperienza di “TerraFutura”, attorno all’ecologia integrale della Laudato si’. Lì si è visto con chiarezza il ponte costruito da Petrini: dagli orti comunitari ai corridoi del potere, senza perdere il filo della concretezza.
Non era un santo laico, né un guru. Era uno che sapeva convincere con l’esempio. Chi lo ha incontrato ricorda la stretta di mano robusta e l’invito a “mangiare assieme”, perché a tavola le idee trovano un tempo comune. È anche così che un concetto difficile come sostenibilità diventa gesto quotidiano: scegliere un formaggio di valle, una verdura di stagione, pagare il giusto a chi produce.
Oggi molti amministratori parlano di filiere corte, di mense pubbliche con criteri etici, di suoli vivi. Quel linguaggio viene anche da qui. Non basta celebrarlo: serve portarlo nel mercato sotto casa, nella mensa scolastica, nei bandi dei Comuni, nelle scelte dei supermercati. L’“educazione del gusto” non è snobismo. È un modo semplice per tenere insieme salute, lavoro e paesaggi.
Forse il modo più onesto per salutarlo è questo: domani, quando faremo la spesa, fermiamoci un istante davanti a un prodotto che non conosciamo. Chiediamo chi lo fa, come nasce, che storia porta. Se sentiremo una risposta vera, allora quel giorno la terra parlerà anche a noi. E la sua lezione continuerà, nel silenzio pieno di una cucina accesa.
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